Juve, scudetto col profumo di Viola…

PREMIO TRICOTA – Usiamo un termine argentino al cento per cento per festeggiare la prima tripletta (“tricota”, per l’appunto) di Giovanni Paolo Simeone nel calcio italiano. Un tris che mette quasi certamente fine alle speranze tricolori di un Napoli che ha comunque il merito di aver tenuto vivo fino alle battute finali un campionato che negli anni scorsi a questa altezza era già morto e sepolto. Curioso che a cucire sulla maglia della Juventus il settimo titolo tricolore consecutivo (numero 34 per chi avesse problemi a far di conto…) siano stati una squadra e un giocatore (nel senso di “figlio di”) fieri rivali dei bianconeri. Quella Fiorentina che ha proprio nella sfida con la Juve il top adrenalinico stagionale e quel Simeone figlio di un Diego che rivaleggiò con i bianconeri nella stagione 1997-98 (quella del mancato rigore a Ronaldo, tanto per esser chiari) e che nella Lazio firmò – su assist al bacio di Veron – il gol vittoria al Delle Alpi che indirizzò verso i biancocelesti lo scudetto 2000. Vero poi che il Cholo il 5 maggio 2002 fece il suo dovere (firmando anche un gol) nel clamoroso 4-2 della Lazio sull’Inter che consegnò lo scudetto alla Juventus di Lippi. Ieri il Cholito è riuscito a far meglio…

PREMIO SETTEBELLO BIANCONERO – Sempre più vicino, dunque, il settimo scudetto consecutivo della Juventus. E mentre nei bar e sui social continua a impazzare il domandone (chi il maggior colpevole della sconfitta dell’Inter? Orsato e i suoi collaboratori o Spalletti con i suoi incomprensibili cambi?), il calcio italiano rende comunque merito a una squadra mai doma, che ha saputo trasformare in oro nella notte di San Siro le amarezze degli ultimi minuti del Bernabeu e contro il Napoli. Fino alla fine, evidentemente, non è solo l’hashtag felicemente coniato qualche tempo fa da Massimiliano Allegri ma un vero e proprio “stile di gioco”. Anche se quel mancato secondo giallo a Pjanic resta davvero un mistero dell’arbitraggio…

PREMIO CENTRAVANTI SPUNTATI – Il Milan che torna a vincere ringrazia i suoi centrocampisti offensivi. Calhanoglu firma il suo quarto centro in campionato, Bonaventura sale a quota 7 ed eguaglia il suo primato personale (stabilito nel 2014-15, la sua prima stagione rossonera, e nel 2012-13 con l’Atalanta). Per coltivare il sogno qualificazione in Europa League (in realtà l’obiettivo era la Champions…) Gattuso ha però bisogno dei gol dei suoi centravanti. Sono in tre e sommando i loro gol si arriva solo a quota 14 (uno in più dei 13 centri firmati da Simeone, per dire). Cutrone – pompato colpevolmente da certa stampa che aveva scomodato paragoni blasfemi – è inchiodato a quota 7 dal 18 marzo; Kalinic di gol ne ha segnati 5 anche se negli ultimi cinque mesi ha fatto festa solo una volta (a San Siro contro il Sassuolo); Andrè Silva, il più completo dei tre (e anche quello che ha giocato meno), aveva dato segni di risveglio a marzo con due reti decisive in casa del Genoa (1-0) e a San Siro contro il Chievo (3-2) ma poi è ripiombato nel suo torpore. Pensare che la maglia numero 9 del Milan in passato è stata indossata – tra gli altri – da Nordahl, Altafini, Virdis, Van Basten, Papin, Weah e Inzaghi (e mettiamoci pure dentro anche Shevchenko, che in realtà aveva il 7…) fa una certa malinconia.

 

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