Ok Pippo, il calcio… è giusto. E W la triade

PREMIO ARRIVEDERCI ROMA – Rudi Garcia esce con la sua Roma tra i fischi dell’Olimpico. Dopo la pareggite, ecco la prima sconfitta casalinga in campionato. A -14 dalla Juventus, ha soltanto un punticino di vantaggio sulla Lazio a presidio del secondo posto e quattro lunghezze di scarto sul Napoli quarto in classifica. Vero, l’Europa League è un obiettivo alla portata. Ma una squadra così scombiccherata come quella della ripresa contro la SuperSamp di Mihajlovic non dà l’impressione di poter fare grandi cose. Nè in Italia nè tantomeno in Europa.

 PREMIO GIUSTIZIA E’ FATTA – La vita è spesso ingiusta e il calcio è una metafora della vita. Ebbene, sarebbe stato ingiusto assai che il Milan vincesse al Franchi. Dopo la clamorosa traversa interna di Basanta nel primo tempo, ecco nella ripresa il “gollonzo” di Destro: tiro sballatissimo di Bonaventura che si trasforma in assist involontario per il secondo centro rossonero dell’ex romanista. Poi però c’è una Giustizia dei prati verdi: Joaquin disegna il cross perfettodi destro per la zuccata di Gonzalo Rodriguez, poi dalla parte opposta il cross mancino al bacio è di Pasqual e la testata giusta è di Joaquin. Partito in panchina, lo spagnolo, e buttato nella mischia a inizio del secondo tempo al posto di Richards. Il confermatissimo Pippo Inzaghi si ritrova così con 35 punti raccolti in 27 giornate (sugli 81 disponibili). Tristezza per la squadra che ancor oggi è – con il Boca – quella più titolata del mondo.
PREMIO FELIPAO MERAVIGLIAO – In una Serie A dove dominano i gol argentini, la bandiera del Brasile è tenuta alta dal numero 7 biancoceleste. Arrivato a quota 8 in campionato con le due perle del Comunale-Olimpico torinese. A 22 anni ancora da compiere, Felipe Anderson – ex compagno nel Santos e amico di Neymar – è l’arma in più di Stefano Pioli. Che ha il merito di aver dato fiducia totale a un talento che lo scorso anno riuscì a mettere insieme solo 13 spezzoni di presenze, mai una partita intera con Petkovic prima e Reja poi. Otto gol, come si diceva, la stessa cifra del doriano Eder. Uno che però ha barattato la verde-oro del Brasile con il tricolore italiano.
PREMIO PAZIENZA ESAURITA – Il confronto tra le due medie è imbarazzante: la (quasi sempre) brutta Inter di Mazzarri aveva collezionato 16 punti in 11 partite (media 1,45) mentre la (sempre più spesso) brutta Inter di Mancini ne ha conquistati 21 in 16 gare (media 1,31). San Siro fischia, al duo Thohir-Moratti girano tremendamente i cabasisi (per dirla con Montalbano). E ora all’Inter 2015 non resta che provare a vincere l’Europa League per tornare nelle Coppe. Prima (sperando che non sia l’ultima…) fermata giovedì sera per Inter-Wolsfburg.
PREMIO TRIADE – C’entrano niente Giraudo-Moggi-Bettega. La triade di cui al titolo è quella dello staff tecnico dell’Hellas. Mandorlini capo allenatore, Roberto Bordin vice ed Enrico Nicolini (per tutti, a Genova, il Netzer di Quezzi dal quartiere natio attaccato allo stadio di Marassi) collaboratore. Tre che in campo non tiravano indietro la gamba e azzannavano spesso i garretti dei grandi campioni che dovevano marcare/controllare. Ci voleva coraggio dopo il doppio salto dalla C alla A e la splendida salvezza ottenuta lo scorso anno a rimanere ancora al timone del Verona. La triade questo coraggio ce lo ha messo tutto. Applausi. Perchè ci voleva davvero una bella dose d’incoscienza a ripartire senza i gol, le accelerazioni e le geometrie della coppia Iturbe&Romulo e con un Toni con un anno in più sulle larghe spalle.

Pogba & Vidal, palloni d’oro della Serie A

PREMIO PALLONI D’ORO – Due prodezze stratosferiche, due prodezze da applausi quelle firmate al San Paolo dalla premiata ditta Pogba&Vidal che spiegano il titolo d’inverno della Juventus e la prepotenza bianconera delle ultime stagioni. Un bravo a Conte, certo. Applausi anche ad Allegri, sicuro. Ma alla fine forse più che ai maghi della panchina i complimenti andrebbero girati alla dirigenza, al direttore generale Beppe Marotta in primis che ha avuto il merito di scommettere sul cileno (comprato dal Bayer Leverkusen per una dozzina di milioni) e di scoprire il francese (scippato al Manchester United a parametro zero, al costo-indennizzo di 300mila euro). Sono loro i veri palloni d’oro della Juve e di un calcio italiano trasformatosi purtroppo negli ultimi anni da ristorante di lusso a pizzeria di periferia. Costati meno di 12,5 milioni adesso il loro valore complessivo si è come minimo decuplicato. 

 PREMIO BUONA LA PRIMA – Felipe Anderson nella scorsa stagione aveva vissuto dalla panchina i due derby. Del resto aveva avuto poco spazio sia con Petkovic che con Reja: 13 presenze, neppure una partita completata. Al suo esordio nella stracittadina conferma il suo straordinario momento di forma regalando a Mauri il fantastico assist per l’1-0 e firmando il raddoppio con un preciso sinistro da fuori. Cala lui e cala la Lazio. Non è un caso come non è un caso che la stagione dei sogni Champions biancocelesti coincida con la sua esplosione.
PREMIO CAPITAN ETERNO – Alzi la mano chi, alla fine del primo tempo di Roma-Lazio, non ha detto o pensato: “Garcia deve tirar via Totti, è stato nullo, ha passeggiato in campo, ormai i 38 anni si vedono e si sentono. E poi in questo campionato non ha ancora segnato su azione e in panchina ammuffisce un Destro con una media-gol lusinghiera.” Poi la ripresa fa ricredere tutti: il Pupone regala due perle e fa pareggiare la Roma bagnando così la sua 40esima prersenza nel derby con il gol numero 11 rifilato ai biancocelesti. E la leggenda continua… Immortalata da un selfie che passerà alla storia come tante altre sue fantasiose esultanze.
PREMIO POVERO DIAVOLO – Non lo si ricordava da tempo un Milan così male in arnese come quello visto a Torino, dove contro i granata avrebbe meritato di perdere per goleada. Paradossale la dichiarazione postpartita di un Pippo Inzaghi sempre più in confusione. “Peccato, abbiamo perso subendo l’ennesimo gol su palla inattiva”, dimenticando che l’unico tiro in porta dei rossoneri (il gol di Menez) era arrivato su calcio di rigore (la palla inattiva per eccellenza…). E poi è vero che quello di Glik è stato l’ottavo gol incassato su calcio d’angolo, ma è anche un fatto che nessuna squadra di A ha segnato più reti dal dischetto (5) dei rossoneri.
PREMIO FIGLIO D’ARTE – Il babbo Aladino (classe ’66) è stato un buon giocatore a cavallo. Centrocampista cresciuto nell’Atalanta, per vent’anni (dal 1984 al 2004) ha battuto i campi di A, B e C raggiungendo l’apice della carriera nelle due stagioni da titolare in A con il Piacenza (dal 1996 al ’98) con all’attivo un gol (al Milan). Proprio nel Milan – dopo il precoce debutto nell’Albinoleffe in B – è cresciuto il figlio Mattia, classe ’93, che in Verona-Parma ha vissuto una domenica da assoluto protagonista, da migliore in campo. Mandorlini lo butta dentro al 67′ al posto di Sala sul risultato di 1-1, lui confeziona l’assist per il 2-1 di Toni e proprio allo scadere firma il suo primo gol in Serie A. Prodezze dedicate a papà Aladino e magari a un Milan che farebbe bene a riprenderselo a fine stagione.
PREMIO PROVACI ANCORA ZAP – Lo scorso anno con l’Avellino era stato uno dei migliori esterni destri della Serie B. In questa stagione, quella del suo debutto in A, Davide Zappacosta si è guadagnato un posto da titolare e in questo 2015 sta scoprendo insospettabili doti di bomber. A Marassi la Befana gli aveva fatto trovare nella calza il primo gol in Serie A, contro il Chievo nel giro di meno di trenta secondi si mangia un gol (tiro su Bizzarri da buona posizione) e sugli sviluppi del corner susseguente segna quello più difficile con un gran destro da 18 metri. Peccato che le sue prodezze finora non abbiano portato in dote all’Atalanta la vittoria ma solo due pareggi (2-2 in casa del Genoa e 1-1 nella sfida di ieri a Bergamo).

I BUONI

PIRLO – Fuori squadra nelle ultime partite, aveva frequentato nelle scorse settimane più le pagine delle riviste specializzate in gossip che quelle dei giornali sportivi per il suo divorzio. Torna titolare e riaccende la luce: da manuale del calcio il lancio per Lichsteiner che apre Juve-Inter e mette in discesa la partita dei bianconeri.
IMMOBILE – Cavalca lucido e pratico nelle praterie regalate dalla difesa del Milan. Di gran pregio il destro che scaraventa alle spalle di Abbiati per l’illusorio gol del vantaggio granata. Undici reti senza rigori (ma quelli ogni tanto li sbaglia…), adesso come adesso merita il viaggio premio in Brasile. Prandelli permettendo.
DAMATO & TASSO – Impeccabile la direzione del fischietto pugliese impegnato sabato in Milan-Torino. Ed eccezionale la prova del suo assistente Gianmattia Tasso da La Spezia. Giuste e difficili le segnalazioni sul gol (valido) di Immobile e su quello (annullato) a Robinho. Più che un Tasso… due occhi da lince!
REJA – A Verona la Lazio di Petkovic chiudeva il 2013 con una pesante scoppola che poneva i biancocelesti in una complicata situazione di classifica. Anno nuovo, allenatore nuovo (anche se Edy Reja è una vecchia conoscenza laziale…): 11 punti in 5 partite frutto di tre vittorie e due pareggi. Con l’impresa al Bentegodi senza l’apporto del miglior giocatore della rosa, quell’Hernanes passato all’Inter.

I CATTIVI

PALACIO – Nella serie nera dell’Inter un posto di rilievo va, ahilui, a Rodrigo Palacio. Fino a un paio di mesi fa implacabile goleador, nelle ultime partite novello Calloni. Allo Juventus Stadium si divora due reti: di piede quella del possibile 1-1, di testa nella ripresa quella che avrebbe potuto riportare l’Inter in partita, sul 3-2. La treccina triste nerazzurra vuol tornare a svolazzare sorridente…
REINA & FRISON – Pepe Reina, figlio d’arte, ha sulla coscienza il goffo primo gol atalantino segnato da Denis (e passato sotto la pancia del portiere spagnolo del Napoli). Frison, 25 anni, ha servito sui piedi di Emeghara il primo e il terzo gol livornese provocando in mezzo il rigore trasformato da Paulinho. E l’argentino Andujar – riserva nella Seleccion – non si capacita di come possa fare la riserva anche nella squadra ultima in classifica del campionato italiano…
FARNERUD – Lo svedesone super-tatuato è centrocampista di grande quantità e di discreta qualità. Certo, il gol di testa che sbaglia a San Siro (lato curva Nord) è davvero incredibile. E avrebbe potuto chiudere a chiave sul 2-0 il successo di un Torino che non batte il Milan al Meazza dal lontano 1985.
BONERA – Arranca su Immobile, prova ad alzare il braccio in stile Franco Baresi anni Ottanta/Novanta con il risultato di sbilancirsi ulteriormente e di rendere più facile la vita all’attaccante granata lanciato a rete. Ok, la difesa del Milan (vedi il poker del Sassuolo di qualche settimana fa…) non è un granchè. Ma Mexes (sabato in panchina) e Zapata (squalificato) non possono essere peggio del difensore bresciano.

BUONI E CATTIVI, SEDICESIMA GIORNATA

I BUONI

BENITEZ – Se è vero che la vendetta è un piatto che si gusta freddo, il buon Rafa lascia decantare… Dopo più di tre anni ritrova sulla sua strada l’Inter e la polverizza con un poker che poteva anche essere un pokerissimo. Ma nel dopopartita si comporta da quel gran signore che è. Senza infierire.
VENTURA – Il Toro al settimo posto con 22 punti (e ne meritava senza esagerare 6 in più) è un miracolo fino ad ora sottovalutato dai media. Il mago di Cornigliano ha assemblato una squadra che è un piccolo gioiello e che dimostra di non essere Cerci-dipendente. Il Robben di Valmontone è a secco da cinque partite, ma il Torino vola che è un piacere. E l’Alessio – anche senza segnare – dispensa assist da applausi come quellodi tacco al volo per l’erroraccio da matita blu di Ciro Immobile novello sciagurato Egidio Calloni.
KLOSE – La Lazio veniva da un periodaccio: una sola vittoria nelle precedenti 10 partite. Il ritorno a tempo pieno del bomber tedesco disbriga senza affanni la pratica Livorno e salva la panchina a Petkovic. Vecchio e ammaccato, Miro è comunque imprescindibile per le fortune della Lazio.
TEVEZ – In alto i calici per la prima tripletta italiana di Carlitos l’Apache. Che schianta il Sassuolo e tiene alta la bandiera della Juve nel nostro campionato. In tutto adesso i gol dell’argentino sono 10 in A (più uno in Supercoppa). Diciamo che manca la lode…

I CATTIVI

TEVEZ – …Eccola la lode che manca, ecco l’altra faccia dell’Apache è quella persa e abulica in Europa. Dove Tevez non segna da quattro anni e mezzo, addirittura dai tempi del Manchester United. E dove lo score, tra Champions ed Europa League, piange: 39 presenze, 6 gol.
CONTE – “Mica dovevamo vincere la Champions”, ha alzato la voce il sabato pre-Sassuolo il tecnico bianconero. Magari, però, passare il turno in un girone con Copenhagen e Galatasaray sì… Si può dire? E si può dire che vincere una partita su sei equivale a un passo indietro rispetto alla scorsa stagione?
MAZZARRI – Ridurre una partita dove subisci 4 gol (e gli avversari sbagliano il quinto su rigore) a una sconfitta per demeriti “arbitrali” è l’ennesimo paradosso del nostro calcio. Diciamo – anche se questo tipo di paragoni non piace al tecnico nerazzurro – che lo scorso anno di questi tempi l’Inter aveva 6 punti in più. E che, restando nell’attualità, da quando Thohir è presidente la “sua” Inter non ha ancora vinto una partita in campionato (raccogliendo solo 3 punti sui 12 a disposizione). E che la difesa nerazzurra nelle ultime cinque gare (coppa Italia compresa) ha incassato la bellezza di 11 gol.
ZERO A ZERO – Gianni Brera diceva che era il risultato perfetto, gli spettatori di Catania-Verona e Parma-Cagliari forse hanno qualcosa da eccepire. Pensiamo per un attimo alla commercializzazione televisiva del calcio italiano all’estero: un appassionato, diciamo cinese, si siede in poltrona a Pechino per seguire un ricco sabato di calcio. La Premier gli regala uno scoppiettante Manchester City-Arsenal 6-3; la Liga gli offre le emozioni di un Real che pareggia 2-2 in doppia rimonta sul campo dell’Osasuna e le magie di Neymar. La Serie A? Il risultato… perfetto.